Salvatore Federico

Alle donne di ‘ndrangheta spetta il compito di allevare i figli e, dunque, di “educarli” ai codici di comportamento mafiosi. Sono depositarie di saperi e usanze. Sulla figura femminile si regge tutto un apparato simbolico – che si manifesta nell’abbigliamento, negli atteggiamenti pubblici e in ogni occasione in cui ci si fa portatrici dell’onore della famiglia – attraverso cui la subcultura ‘ndranghetista mantiene uno stretto legame con il territorio e con i costumi popolari. Quella calabrese, infatti, è probabilmente l’unica mafia del Sud Italia che, contrariamente a quanto si possa pensare, consente alle donne l’ingresso nella “società” e prevede anche la possibilità che possano ottenere il “grado” di “sorella d’umiltà”. Anche nel “lessico” della ‘ndrangheta vi sono elementi che rimandano alla figura femminile: il termine “mamma”, ad esempio, spesso è usato dagli affiliati per riferirsi al boss, o ancora viene adoperato per indicare i luoghi (come la Locride, “la mamma della ‘ndrangheta”) che rappresentano le origini, le radici del fenomeno, cui gli affiliati devono sempre e comunque fare riferimento.