Salvatore Federico

Polsi, San Luca (Reggio Calabria). Il ballo tradizionale mantiene una stretta connessione con la teatralità tipica dei “cerimoniali” ‘ndranghetisti. Attraverso il ballo le ‘ndrine, specie nel corso delle feste religiose, veicolano all’esterno il loro potere che si traduce anche nel controllo dei momenti pubblici maggiormente sentiti dalle popolazioni locali. Il “sonu a ballu” è una danza che prevede ci siano solo due danzatori all’interno della “rota”, un cerchio chiuso formato dai presenti e diretto dal “mastru ‘i ballu” che, di volta in volta, stabilisce chi entra e chi esce dalla “rota”. «La principale preoccupazione della ‘ndrangheta contemporanea nel ballo in piazza – scrive Ettore Castagna in “Sangue e onore in digitale” – parrebbe quella di celebrarsi, compiacersi nella propria vicenda gerarchica, stabilire la sua proprietà privata della “rota”, mettere in evidenza il proprio potere assoluto che utilizza il simbolico ma va ben oltre il simbolico stesso».